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I Righini di Bedigliora: Presentazione della mostra

Due sale del Museo del Malcantone, in questo autunno 1995, ospitano, per una esposizione temporanea: “I Righini di Bedigliora, una famiglia” (ma si potrebbe anche dire - una dinastia -) “ di pittori decoratori” (ma anche qui si potrebbe dire, semplicemente, - di pittori - ; considerato il fatto che i vari membri di questo antico ceppo di artisti hanno esercitato la loro arte con provetta professionalità, ma pure con personale espressività). Nella sala maggiore, sulle tavole alle pareti, è esposto prima di tutto un aggiornato albero genealogico della famiglia: partendo dalle informazioni dirette di Valerio Righini a dai documenti comunali di Bedigliora procurati da Athos Simonetti , Bernardino Croci Maspoli ha svolto un approfondito lavoro di ricerca in vari archivi (parrocchiali, diocesani, cantonali, privati) per risalire, dai primi anni dell’Ottocento, alle origine documentate della famiglia, quando, nel primo Seicento, i Righini erano chiamati Minora. E’ stato così possibile scoprire anche che dei Righini erano stati emigranti e attivi nell’arte edilizia già nel Settecento.

In particolare sono stati evidenziati i già noti legami di parentela e culturali con i Monigiotti di Beride di Bedigliora; (sull’opera del capomastro Barnaba Antonio Monigiotti (1713-1780), lo scorso anno, era stata prodotta un’ampia scheda nell’ambito della mostra sulle Maestranze artistiche malcantonesi in Russia).

La genealogia è accompagnata dalle schede personali per Gioacchino Righini (1804-...); Giuseppe Righini (1840-1904); Armida Righini (1879-1946), della quale, curiosamente, sono esposti alcuni disegni scolastici; Ottorino Righini (1880-1955); Terzio Righini (1915-1985); Francesco Righini (1837-1914); Valerio Righini, vivente.

Una importante nota è pure data su Sigismund Righini (1870-1937), figlio di Francesco (fratello di Giuseppe), il noto pittore che la critica europea più aggiornata sta rivalutando.

In ordine indicativamente cronologico, il percorso della mostra segue la vita della famiglia da Beride a Tirano, luogo di elezione della sua emigrazione, documentando i centri della formazione professionale delle varie personalità, le loro attività, le loro affermazioni quali pittori-decoratori e quali pittori-artisti (la mostra si conclude appunto con l’esposizione di opere di Sigismund Righini e di Valerio Righini).

Sempre sui pannelli alle pareti sono esposti: ritratti, disegni, olii, esercitazioni pittoriche-tecniche per decorazioni, schizzi di progetti, diplomi, fotografie, documentazioni grafiche di opere eseguite; nelle vetrine sono disposti: documenti familiari, lettere, esercitazioni grafiche, annotazioni professionali, testi di architettura pittura decorazione, fotografie, ricevute, libri contabili, piccole sculture ...; in particolare evidenza sono esposti gli strumenti di lavoro per esercitare le varie tecniche di esecuzione della pittura e della decorazione: affresco, olio, tempera, minerale, graffitto, stucco lucido, doratura in foglia o polvere d’oro; sono pennelli e “bisturi” e “foglie d’oliva ...” confezionati con le setole più ricercate, in ferro, legno, onice ... e fogli per lo spolvero, e matrici traforate per l’imitazione del marmo e del legno, e anche spruzzatori protoindustriali: tutti documenti e materiali messi a disposizione dalla famiglia Righini che, puntigliosamente e amorosamente, li ha sempre conservati.

Singolare è la documentazione , esposta nella seconda sala, riguardante i corsi frequentati presso la Scuola di disegno di Curio (nell’edificio che attualmente è sede del Museo) da parte di Giuseppe Righini, nel 1857 ( quando l’istituto era nei primi anni della sua attività) e da parte del figlio di Giuseppe, Ottorino, dal 1895 al 1898, (quando la Scuola stava per chiudere i battenti).

Di questi due giovanissimi allievi si possono ammirare i disegni-esercizi più significativi: di impronta accademico-neoclassica quelli del primo (con splendide copie dai modelli di Giocondo Albertolli incisi da Giacomo Mercoli e Andrea De Bernardis); di carattere accademico-eclettico e più impostati per l’applicazione professionale quelli del secondo. Pagelle, premi, bolli, firme di professori, una medaglia impreziosiscono questa raccolta che costituisce, a tutt’oggi, la documentazione più interessante che testimoni concretamente l’attività di questo primo centro ticinese per la formazione professionale.

La grande ultima stagione dell’ Art nouveau-floreale-liberty-Secessione viennese- Jugendstil e dell’Art déco i Righini l’avrebbero incontrata altrove e, specialmente con Terzio, all’Institut supérieur de Peinture de Bruxelles, dove, nel 1934 ( un anno dopo la fine del Bauhaus per opera dei nazisti) i moduli di queste decorazioni resistevano ancora (lo attestano i lavori esposti nonché un Diplôme Médaille d’or avec distinction).

I Righini (Sigismund compreso) non hanno mai prestato orecchio alle sirene dissacratorie delle avanguardie di inizio secolo né hanno mai ascoltato i gridi o i silenzi innovatori dei vari movimenti artistici del primo dopoguerra. Sono stati tra gli ultimi operatori di un’antica tradizione che considerava l’arte come mestiere, come lavoro quotidiano, e come ... “imitazione della natura”.

E anche Valerio Righini, pittore e scultore vivente (dopo aver assimilato vari stimoli dalle più valide e nuove forme di espressione) non ha mai rinunciato ad alimentare le sue opere con i ritmi della crescita organica e con il pathos della plasticità del corpo umano: una linfa che ha profonde radici.

 


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