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Il tema della Giornata internazionale dei musei 2016 sarà il seguente : I musei svizzeri-incomparabilmente vari. La caratteristica che il tema di quest’anno chiede di illustrare, prenderà forma presso il Museo della pesca di Caslano con la presentazione di un tema legato alla caccia in un museo... dedicato alla pesca.

Due sale del Museo del Malcantone, in questo autunno 1995, ospitano, per una esposizione temporanea: “I Righini di Bedigliora, una famiglia” (ma si potrebbe anche dire - una dinastia -) “ di pittori decoratori” (ma anche qui si potrebbe dire, semplicemente, - di pittori - ; considerato il fatto che i vari membri di questo antico ceppo di artisti hanno esercitato la loro arte con provetta professionalità, ma pure con personale espressività). Nella sala maggiore, sulle tavole alle pareti, è esposto prima di tutto un aggiornato albero genealogico della famiglia: partendo dalle informazioni dirette di Valerio Righini a dai documenti comunali di Bedigliora procurati da Athos Simonetti , Bernardino Croci Maspoli ha svolto un approfondito lavoro di ricerca in vari archivi (parrocchiali, diocesani, cantonali, privati) per risalire, dai primi anni dell’Ottocento, alle origine documentate della famiglia, quando, nel primo Seicento, i Righini erano chiamati Minora. E’ stato così possibile scoprire anche che dei Righini erano stati emigranti e attivi nell’arte edilizia già nel Settecento.

In particolare sono stati evidenziati i già noti legami di parentela e culturali con i Monigiotti di Beride di Bedigliora; (sull’opera del capomastro Barnaba Antonio Monigiotti (1713-1780), lo scorso anno, era stata prodotta un’ampia scheda nell’ambito della mostra sulle Maestranze artistiche malcantonesi in Russia).

La genealogia è accompagnata dalle schede personali per Gioacchino Righini (1804-...); Giuseppe Righini (1840-1904); Armida Righini (1879-1946), della quale, curiosamente, sono esposti alcuni disegni scolastici; Ottorino Righini (1880-1955); Terzio Righini (1915-1985); Francesco Righini (1837-1914); Valerio Righini, vivente.

Una importante nota è pure data su Sigismund Righini (1870-1937), figlio di Francesco (fratello di Giuseppe), il noto pittore che la critica europea più aggiornata sta rivalutando.

In ordine indicativamente cronologico, il percorso della mostra segue la vita della famiglia da Beride a Tirano, luogo di elezione della sua emigrazione, documentando i centri della formazione professionale delle varie personalità, le loro attività, le loro affermazioni quali pittori-decoratori e quali pittori-artisti (la mostra si conclude appunto con l’esposizione di opere di Sigismund Righini e di Valerio Righini).

Sempre sui pannelli alle pareti sono esposti: ritratti, disegni, olii, esercitazioni pittoriche-tecniche per decorazioni, schizzi di progetti, diplomi, fotografie, documentazioni grafiche di opere eseguite; nelle vetrine sono disposti: documenti familiari, lettere, esercitazioni grafiche, annotazioni professionali, testi di architettura pittura decorazione, fotografie, ricevute, libri contabili, piccole sculture ...; in particolare evidenza sono esposti gli strumenti di lavoro per esercitare le varie tecniche di esecuzione della pittura e della decorazione: affresco, olio, tempera, minerale, graffitto, stucco lucido, doratura in foglia o polvere d’oro; sono pennelli e “bisturi” e “foglie d’oliva ...” confezionati con le setole più ricercate, in ferro, legno, onice ... e fogli per lo spolvero, e matrici traforate per l’imitazione del marmo e del legno, e anche spruzzatori protoindustriali: tutti documenti e materiali messi a disposizione dalla famiglia Righini che, puntigliosamente e amorosamente, li ha sempre conservati.

Singolare è la documentazione , esposta nella seconda sala, riguardante i corsi frequentati presso la Scuola di disegno di Curio (nell’edificio che attualmente è sede del Museo) da parte di Giuseppe Righini, nel 1857 ( quando l’istituto era nei primi anni della sua attività) e da parte del figlio di Giuseppe, Ottorino, dal 1895 al 1898, (quando la Scuola stava per chiudere i battenti).

Di questi due giovanissimi allievi si possono ammirare i disegni-esercizi più significativi: di impronta accademico-neoclassica quelli del primo (con splendide copie dai modelli di Giocondo Albertolli incisi da Giacomo Mercoli e Andrea De Bernardis); di carattere accademico-eclettico e più impostati per l’applicazione professionale quelli del secondo. Pagelle, premi, bolli, firme di professori, una medaglia impreziosiscono questa raccolta che costituisce, a tutt’oggi, la documentazione più interessante che testimoni concretamente l’attività di questo primo centro ticinese per la formazione professionale.

La grande ultima stagione dell’ Art nouveau-floreale-liberty-Secessione viennese- Jugendstil e dell’Art déco i Righini l’avrebbero incontrata altrove e, specialmente con Terzio, all’Institut supérieur de Peinture de Bruxelles, dove, nel 1934 ( un anno dopo la fine del Bauhaus per opera dei nazisti) i moduli di queste decorazioni resistevano ancora (lo attestano i lavori esposti nonché un Diplôme Médaille d’or avec distinction).

I Righini (Sigismund compreso) non hanno mai prestato orecchio alle sirene dissacratorie delle avanguardie di inizio secolo né hanno mai ascoltato i gridi o i silenzi innovatori dei vari movimenti artistici del primo dopoguerra. Sono stati tra gli ultimi operatori di un’antica tradizione che considerava l’arte come mestiere, come lavoro quotidiano, e come ... “imitazione della natura”.

E anche Valerio Righini, pittore e scultore vivente (dopo aver assimilato vari stimoli dalle più valide e nuove forme di espressione) non ha mai rinunciato ad alimentare le sue opere con i ritmi della crescita organica e con il pathos della plasticità del corpo umano: una linfa che ha profonde radici.

 


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Strana storia ma fortunatamente a lieto fine quella della slitta per il trasporto del fieno rubata del deposito del Museo del Malcantone. Questo pomeriggio, una gentile signora che passeggiava nei boschi fra Pura e Ponte Tresa ha notato il singolare oggetto appoggiato ad un albero e, ricordatasi di quanto aveva visto sui social, ha segnalato la cosa all’autorità comunale. Avvertita la Polizia, che ha svolto i rilievi del caso, e gli operatori del Museo, il singolare oggetto è stato finalmente recuperato.

Come in un classico poliziesco, il clamore suscitato dal tam-tam lanciato dalla stampa scritta e online ha probabilmente reso scottante la refurtiva, come se si fosse trattato di un quadro troppo famoso per essere rivenduto. Meglio così. Non si tratta certo di un oggetto di particolare valore ma, in quanto proprietà di un museo, nel suo piccolo fa parte del patrimonio storico comune ed è triste pensare che qualcuno abbia tentato di farlo ridiventare privato.   

Nel secolo scorso il Malcantone conobbe un periodo di intensa attività mineraria, grazie alla presenza di numerosi filoni metalliferi che ne percorrono il sottosuolo. Questi filoni erano noti da tempo ma, purtroppo, non si hanno notizie di sfruttamento vero e proprio.

Nel 1785 Giovanni Battista Trecini chiede il permesso di sfruttare una miniera d'oro, ma i Cantoni sovrani non lo autorizzano, per non meglio precisati motivi politici. Nel 1806 alcuni cittadini di Astano e Sessa iniziano a macinare minerali auriferi ed argentiferi con l'ausilio di piccoli mulini mossi ad acqua. Questi mulini erano detti piemontesi perchè utilizzati specialmente in Piemonte e potevano venir smontati abbastanza facilmente per essere rimontati altrove. Nel 1823 viene iniziato lo sfruttamento del filone ferroso del Monte Torri.

Col passare degli anni le domande si fanno sempre più numerose ma il Governo cantonale é sempre restio nell'accordare concessioni e questo per non ingelosire il vicino Stato italiano". A partire dal 1856, sotto l'impulso dell'ing. Vinasco Baglioni, inizia lo sfruttamento vero e proprio che si protrarrà fino al 1881 quando cederà i diritti a Nicolas Lescanne-Perdoux di Parigi e che non continuerà l'attività.

Dopo anni d'abbandono, le attività estrattive e di trasformazione riprendono nel 1933 con la costituzione della 'Mines de Costano S.A.'. Nel periodo bellico l'attività cessa quasi completamente e solo nel 1944 si riprendono lavori di scavo e manutenzione delle gallerie e degli impianti. All'inizio degli anni '50 i lavori cessano definitivamente e nel 1961 la società viene sciolta. Questi anni di attività hanno lasciato molte tracce ancora visibili sul terreno e la mostra del Maglio cerca di evidenziare questi segni che fra qualche anno potrebbero sparire completamente.

La storia delle miniere del Malcantone è lungi dall'essere conosciuta completamente, anche perchè molte possibili fonti d'informazione sono ancora da esplorare. Recentemente sono stati messi a disposizione del Museo del Malcantone alcuni piani della Fonderia Baglioni, progetti di definizione di comprensori minerari e progetti per la costruzione di strade per raggiunger le miniere di Miglieglia. Tali documenti furono allestiti dall' ingegner Giuseppe Devincenti di Castelrotto, che lavorava su commissione del Baglioni; essi contengono informazioni di grande interesse e forniscono dettagli sinora sconosciuti. La mostra potrebbe quindi stimolare altre persone che avessero notizie o conoscenze a comunicarle al Museo del Malcantone.

 


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Orari e prezzi

Aperto da aprile a ottobre, mercoledì e domenica, 14.00-17.00. Visite fuori orario su appuntamento.
Entrata: 5.- adulti, 3.- ragazzi; Entrata gratuita per i membri dell'associazione, carta Raiffeisen, carta studenti. Sconto per Ticino ticket.

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